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Sostenibilità

Packaging sostenibile: 5 miti da sfatare prima di fare scelte costose

6 min

La carta non è sempre più sostenibile della plastica. Una lettura critica dell’LCA del packaging alimentare con dati reali.

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Packaging sostenibile: 5 miti da sfatare prima di fare scelte costose

6 min di lettura Pietro Parchitelli — Consulente packaging B2B

Il packaging sostenibile è diventato un imperativo per le aziende alimentari e non solo. Pressioni normative (PPWR europeo), richieste della GDO, comunicazione al consumatore: tutto spinge verso soluzioni «più verdi». Il problema è che molte scelte vengono fatte sulla base di semplificazioni che non reggono a un'analisi critica. Queste sono le cinque convinzioni più diffuse che spesso portano a decisioni sbagliate — e costose.

Mito 1: «La carta è sempre più sostenibile della plastica»

La realtà: dipende dall'uso specifico e dall'analisi del ciclo di vita (LCA, Life Cycle Assessment, definita dallo standard ISO 14040/14044). La carta ha un alto impatto in termini di consumo d'acqua durante la produzione e richiede energia per il riciclo. Per alcuni usi (es. imballaggio di prodotti secchi non grassi), la carta è effettivamente più sostenibile. Per altri (es. packaging di carne fresca o prodotti ad alta umidità), la plastica ha un impatto di CO² complessivo inferiore, perché protegge meglio il prodotto estendendo la shelf life e riducendo il food waste.

Studi LCA pubblicati da organizzazioni come WRAP (Waste & Resources Action Programme) mostrano che il food waste evitato da una confezione efficace può compensare l'impatto ambientale del materiale di packaging stesso. Un alimento buttato ha un impatto ambientale molto superiore al suo imballaggio.

Mito 2: «Il bioplastico è biodegradabile e compostabile»

La realtà: i termini bioplastico, biodegradabile e compostabile non sono sinonimi. Occorre distinguere:

  • Biobased (da materie prime rinnovabili, es. PLA da mais, PHA da batteri): non è necessariamente biodegradabile né compostabile in condizioni domestiche.
  • PLA (acido polilattico): è compostabile industrialmente (richiede temperatura di 58°C per 10 settimane, secondo EN 13432), ma non si degrada nel compost domestico né in ambiente naturale in tempi ragionevoli.
  • PHA (poliidrossialcanoati): biodegradabili anche in acqua di mare, ma con costi 3–5 volte superiori al PE convenzionale e performance meccaniche inferiori.

Lo standard di riferimento europeo per la compostabilità industriale dei packaging è EN 13432; per la compostabilità domestica: EN 17427.

Mito 3: «Riciclabile = sostenibile»

La realtà: un materiale tecnicamente riciclabile non è sostenibile per definizione. La sostenibilità del riciclo dipende da:

  • L'esistenza di una filiera di raccolta e riciclo efficiente nella regione di utilizzo;
  • Il tasso di riciclo effettivo (non quello potenziale);
  • La qualità del riciclato prodotto (riciclo di qualità vs. downcycling).

In Italia, la raccolta differenziata di plastica varia enormemente per regione e tipologia di materiale. Un film multistrato PA/PE è tecnicamente non riciclabile nei circuiti attuali; un film monomateriale PE (teoricamente riciclabile) ha tassi di riciclo effettivo ancora molto bassi nelle filiere italiane.

Mito 4: «Meno packaging = sempre più sostenibile»

La realtà: ridurre il packaging senza considerare la funzione protettiva può aumentare il food waste, che ha un impatto ambientale complessivo molto superiore al packaging eliminato. Ogni grammo di carne bovina prodotto genera circa 27 kg di CO²eq; i grammi di film che la proteggono ne generano pochi decimi. Se ridurre il packaging accorcia la shelf life e aumenta gli scarti di 2-3 giorni lungo la filiera, il bilancio ambientale netto è negativo.

La riduzione del packaging ha senso quando avviene mantenendo le performance di protezione del prodotto. Il lightweighting (alleggerimento del materiale a parità di funzione) è un approccio corretto; la semplificazione che compromette la shelf life non lo è.

Mito 5: «Il mono-materiale è sempre la soluzione giusta»

La realtà: i packaging monomateriale (es. PP/PP, PE/PE) sono progettati per essere più facilmente riciclabili rispetto ai multistrato (es. PA/PE, PET/Al/PE). Ma la transizione verso il mono-materiale non è priva di compromessi:

  • Le performance di barriera dei monomateriali sono spesso inferiori ai multistrato equivalenti;
  • Può essere necessario aumentare lo spessore per compensare, riducendo i vantaggi in termini di materiale;
  • La riciclabilità in pratica dipende sempre dalla filiera disponibile.
ⓘ Il Reg. UE 2025/40 (PPWR), pienamente in vigore dal 2025, introduce criteri obbligatori di recyclability assessment per tutti i packaging immessi nel mercato UE, superando la semplice distinzione «riciclabile/non riciclabile» con una scala di valutazione A-E basata sull'effettiva capacità di riciclo a scala industriale.
Il principio corretto: prima valuta la funzione del packaging (quale prodotto deve proteggere, per quanto tempo, a quale temperatura, con quale catena del freddo). Poi ottimizza il materiale. L'approccio LCA è l'unico modo per evitare il cosiddetto «greenwashing tecnico»: scelte che sembrano sostenibili ma che, nell'analisi complessiva, non lo sono.

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